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sabato 4 febbraio 2012

Sacchetto

Un altro racconto scritto l'anno scorso...prometto di pubblicarne di freschi prossiamente :)



Paco tirò fuori dalla giacca le chiavi di casa e,dopo aver scelto la chiave giusta reggendosi con una mano poggiata sulla porta,tentò varie volte di infilare la chiave nella serratura bestemmiando a bassa voce,sentendo uno sbalzo in avanti quando la porta si aprì sotto di lui dopo tre giri di vite e gli diede il benvenuto un'odore di chiuso mischiato a un 'odore rancido di cibo cinese lasciato fuori dal frigo,reso ancora più pesante dall'aria seccata dai termosifoni. Sbattè la porta,svivolò la mano sull'interruttore e si sfilò le converse poggiandosi la punta di una scarpa sul tallone di un'altra 'lanciandole a casaccio con uno slancio delle gambe,incespicando e barcollando:si sedette a peso morto su un ammasso di  vecchi libri , fascicoli e dispense mai letti le quali erano le uniche cose dei suoi vecchi mobili che non era riuscito a vendere,che nella forma richiamava grazie a una zona   concava e ricoperta con una  coperta e due cuscini sudici una poltrona,e tremando in piccoli spasmi e congelando a causa del suo stesso sudore freddo cercò a tentoni il telecomando ,facendoselo scivolare tra le mani con movimenti spastici delle dita e con esso accese la TV lasciata accasciata direttamente sul pavimento. Si sintonizzò su MTV e dopo essersi ripreso dal breve urto causato dalla rottura del silenzio a causa di una musica ritmata che gli fece fischiare le orecchie si incantò su un classico video rap,”la classica negrata dove tette e culi di ragazze mulatte vengono sbattuti in faccia gratuitamente,tette e culi a manciate”pensò Paco in un breve momento di lucidità ,scandalizzandosi del fluire rapito di un'idea lineare in quel mare nebbioso della sua mente “e dove macchinone parche che consumano 80 euro a chilometro saltellano su ruote da fuoristrada mentre quegli stronzi vestiti da schifo con catenoni d'oro molto sobri cantano quanto loro siano ricchi e fighi alla faccia tua ”.Dopo quel breve momento in cui erano subentrati dei pensieri logici si sentì di nuovo sprofondare in una foschia confusa e nauseante che gli stringeva lo stomaco e riusciva a seguire il video solo per fotogrammi come se si inceppasse la TV in continuazione facendogli sopraggiungere  la musica e le immagini a scatti e in ritardo,facendo fatica a tenere il filo logico,a capire e codificare le immagini ,e il suo mal di testa era accentuato dal fetore proveniente dai rifiuti vari sparsi vicino ai suoi piedi,di vaschette di alluminio e dei sacchetti di plastica sporchi di liquidi di cibo d'asporto cinese .Annaspando e soffocando un rigurgito acido Paco incominciò a tastare con la destra tra i i dislivelli e i cunicoli tra i libri ammassati ,spalmato mezzo per terra e mezzo sulla poltrona,finchè non trovò il tocco di fumo e il resto del necessario:”una canna per dormire ,una cazzo di dormita,eh si non ci  crede nessuno che riesco a farmi una cazzo di dormita decente ,eh si sto cazzo che riesco a farmi una dormita....”dopo aver  formulato questo pensiero ricadde nel limbo della coscienza dove il mondo circostante passava senza sfiorarlo e,ripresosi,gli parve che fosse passato un'eternità e le luci opache della televisione che proiettavano dietro di sé ombre lunghissime e grottesche che si arrampicavano sulle pareti lo ricoprivano vibrando sul suo corpo in un susseguirsi di colori e suoni fiochi e,man mano che prendeva coscienza del suo corpo,stringendo in uno spasmo le mani sentì che aveva ancora il fumo e le cartine nel suo palmo. Dopo che ebbe tirato fuori dalla tasca dietro dei jeans le sigarette e l'accendino si preparò il personal con le mani tremanti,bruciandosi spesso i polpastrelli  facendo cadere spesso il materiale e raccattandolo dal pavimento dopo averlo strisciato nella polvere che si annidava vicino alla poltrona, e dopo aver finito se lo accese e iniziò a boccheggiare e a spargere il fumo per tutta la stanza il quale filtrava la debole luce che segnava i margini scuri delle cose.Paco si perdeva in sé stesso come se lui e quella stanza non si appartenessero,e sentendosi sempre più ad ogni boccata la mente che si inceppava e si incastrava su sé stessa facendo roteare pensieri che apparivano nel loro pieno delirio in sprazzi di lucidità sempre più disperati. Ad un tratto notò  che era apparsa ai suoi piedi una strana figura confusa che lo attraeva e lo terrorizzava, e dopo essersi concentrato a lungo su di essa per decifrarla gli apparve in tutta chiarezza un volto raccapricciante,una maschera di scream aperta in un urlo disperato che dilatava il volto di un bianco trasparente;Pacò sentì l'angoscia crescere dentro di lui immobilizzandolo,e quanto la stretta al cuore divenne insopportabile  cacciò una serie di urletti nervosi e scosse con un piede quell'apparizione grottesca che produsse un soffio crudele di fruscio di plastica ,indietreggiando sulla poltrona sgambettando istericamente. Chiuse gli occhi,riprendendosi dalla paura e tirando un sospiro di sollievo,ma quando li riaprì vide per terra un ammasso bianco riformare grazie alle ombre gettate dall'unica fonte di luce della sala un urlo di Munch e con un grido misto di rabbia e terrore schiacciò di nuovo col piede la faccia con forza,schiacciandola con il tallone come se si trattasse di un insetto,e dopo aver intravisto smettendo per un attimo la lotta intrapresa che si stava riformando di nuovo egli la calciò via con forza lontano da sé,lottando contro il suo appiccicarsi in maniera elettrostatica al suo piede e sfidando nel lanciarla la sua leggerezza che la faceva  volteggiare dolcemente nell'aria cadendo lentamente con movimenti ampi ed oscillatori,e con un ultimo calcio ben assestato essa fece un balzo dietro la TV;Paco era salvo,ora poteva finalmente rilassarsi e seguire i video musicali che si proiettavano sul pavimento,in un dormiveglia comatoso.

sabato 7 gennaio 2012

Ho scritto questo racconto più di un anno fa...e non mi ci ritrovo più molto...ammetto in maniera poco umile che è scritto bene,però non mi ci ritrovo...mi ricordo che al tempo avevo appena scoperto Irvine Welsh ,ne ero diventata fissata e avevo cercato di emularlo....invano...lo stile colloquiale da getto di Welsh è difficilissimo da scrivere,e i suoi personaggi sono unici,e sono loro che trascinano la storia.Avevo deciso di scrivere qualcosa sullo stesso tema dei suoi libri(droga,ragazzi sbandati...),di descivere immagini simili,ma non ne ho la capacità,nè le fonti nè un vero interesse:scriverei solo scemenze.Mi ricordo che all'epoca avevo scoperto anche Palahniuck, e le sue tematiche,il suo stile mi avevano presa...ma direi che non è facile imitarlo:). Ve lo propongo lo stesso,perchè alla fine è divertente :)



La testa di Manuele ciondolava come se fosse vuota,senza nessun pensiero ,sullo schienale del sedile posteriore,mentre il rumore del motore attutito e delle ruote che sfrecciavano sull'asfalto faceva da sottofondo ai fischi che rimbombavano nella sua testa. Le due sciaquette sedute accanto a lui urlavano a sguarciagola,perforandogli i timpani ,e il senso delle loro grida gli giungeva in ritardo e al ralenti a causa del suo cervello che incespicava nell'alcool e in altre sostanze pscicotrope.”Voliamoooo,voliamooooo,uhhhhh!!!”,mentre una musica sparata dalla radio ritmata e piena di bassi gli acuiva il mal di testa martellante. La sua mente ebbe uno spasmo di lucidità che si stagliò luminoso ed onnipotente nella sua mente,che gli aveva fatto pensare a quanto quelle ragazze fossero unbriache perse e che stavano andando troppo veloce,troppo in un rapido colpo d'occhio gettato fuori dal finestrino dove vide le luci dei lampioni sfrecciare in una striscia sintetica di luce riflettendosi nei vetri appannati ,soffocata dalle grida strascicate delle ragazze le quali acuivano la sensazione acida di vomito che teneva stretta in gola.Il suo cervello,dopo quel flash di pensiero logico,sentii che stava ripiombando nel vuoto causato dall'alcool e cercò di aggrapparsi il più possibile alla lucidità per poi ricadere di nuovo in quella nebbia confusa e torbida,raggiunto solo dal rumore lontano delle grida euforiche e della macchina. Sensazione di acido e di bruciore in gola dopo un violento spasmo allo stomaco che l'aveva piegato in avanti,presa di coscienza subitanea di essere sporchi di vomito ,gridolini femminili schifati. Si ferma d'improvviso il moto della macchina,facendo sbattere il suo corpo prima in davanti e poi indietro,la voce famigliare del suo amico Pallo,quella voce rassicurante che gli chiede con tono preoccupato:”oh tutto bene?”Un flash di lucidità,ommioddio,doveva rispodere,devo tranquillizzarlo...tirò fuori dalla gola infiammata dagli acidi gastrici un filo d'aria cercando di sollevare leggermente la testa dalla portiera”sì...sì...”guarda come sono conciato,pensò,sono proprio messo da schifo,cazzo....cazzo..... Di nuovo sprofondò nell'abisso nel quale il mondo esterno gli appariva sfocato ed accecante,rigurgito,la macchina ferma ,due mani che lo brancano sotto le ascelle e lo trascinano fuori,sente di essere afferrato per i piedi e di volteggiare in aria,lo mollano su un pratino pungente e fresco di rugiada mentre gli altri cercano di parlargli,ma i movimenti della loro bocca mandano fuori solo suoni torbidi che si disperdono nell'aria,una rapida presa di coscienza di sé seguita da un rapido tentativo di parlare,di risollevarsi ,ma dopo un vano tentativo tremolante seguito da spasmi ricrollò a terra,inghiottito dall'erba. Si riposò sul tappeto umido di rugiada,come se portasse addosso una stanchezza vecchia di secoli.La musica usciva leggera e chiara dalla macchina che pervadeva l'aria e l'animo rassenerato di Paco. “Dai,su,ritorniamo a casa che è stata una notte lunga!”giunse la voce del suo amico sul suo letto fresco e verde. Paco si sentì di nuovo sorretto dal suo amico ,quasi come se stesse volteggiando nell'aria,seguito da dietro dai ridolini di scherno delle ragazzine,fino a che il tessuto sintetico del sedile della macchina non lo avvolse,fresco ed appiccicoso,ed il movimento della macchina non lo cullò. La sua testa cadde sul petto ,e si ritrovò a fissare il pavimento:un oggetto indefinito ,spinto lentamente da sotto il sedile,grigia che oscillava producendo un leggerissimo rumore metallico,luccicando quando veniva colpida da una striscia di luce pallida ,,con un piccolo buco a forma di goccia che concentrava dentro di sé il buio. Paco incominciò a fissare con forza la cosa fino a ridefinirla e farla propria,e nel concentrarsi su di essa gli apparve un essere grosso,grigio il quale faceva scintillare nella penombra una fila di denti aguzzi ,gli apparve all'improvviso un mostro preistorico cieco,un incrocio grigio e brillante tra un mollusco ed una serpe che si muoveva oscillando senz'ossa,lucido e crudele,ed ogni villo intestinale,ogni pelo dell'epidermide gli si drizzò a tale vista,e vedendo che il serpente antico si muoveva tremando per avvicinarsi sempre più a lui,alla sua gamba,atterrito,incominciò a schiacciarlo:il mostro si accartocciò sotto il suo piede emettendo un suono secco e metallico seguito dal suo urlo,si sentì sobbalzare avanti e nel moto vide l'essere rotolare in avanti ,rifugiandosi nell'antro da cui era venuto,inghiottito dal buio.

venerdì 2 dicembre 2011

Scarafaggi

Era appena uscito dal dormiveglia con la testa indolenzita e confusa,con le coperte sporche e umide di sudore che gli coprivano solo le gambe,lasciandogli il petto scavato esposto al freddo,con le costole indolenzite e la pelle tesa,;era finito in quel letto svestito senza sapere come era finito lì e la finestra,rimasta aperta tutta la notte,aveva riempito la stanza di aria gelida di un mattino d'inverno che stava appena spuntando che gli aveva impastato di muco e di umidità i polmoni,ed ad ogni respiro che li trapassava essi mandavano fuori un suono rauco che indolenziva la gola e la lingua secca ed impastata ,sdraiato in una fievole penombra dove a malapena si riconoscevano le cose ,e la sua testa pulsava in modo doloroso a causa di un odore rivoltante di vomito che si addensava sotto il suo naso ,denso ed incrostato sulla federa e sulle lenzuola,riempiendo tutta la camera. Alzò leggermente la testa raggrumando e comprimendo il cuscino fetido ed appicicaticcio,e gli sembrò che un emisfero del cervello traballasse nella sua scatola cranica ,come se si fosse staccato dal resto del sistema nervoso e fosse diventato soltanto un ammasso gelatinoso ed ingombrante ;poteva sentire gli ormai inutili filamenti che lo legavano insieme al resto i quali lo rendevano una volta un organo funzionante sfilacciarsi ,facendolo accasciare sul fondo dell'osso cranico,dimezzando così una parte dei suoi pensieri che si raggrumavano su sé stessi e uscendo allo scoperto rotti e senza logica .Dal dolore soffocato dalla nausea nacque uno stato d'allerta ,con il battito cardiaco che lentamente accellerava e gli riempiva la testa e le orecchie tese e sensibili ad ogni più lieve rumore. Iniziò a percepire che c'era qualcuno dall'altra parte della porta socchiusa,il quale si mostrava come un raggrumato di buio più denso che in qualche modo lo scrutava da quel sottile spiraglio,come se stesse aspettando,e gli sembrò che i muri e i mobili convergessero su di lui. Rimase in allerta per un tempo che gli parve infinito in attesa di qualcosa,in attesa di vedere aprirsi la porta e vedere la presenza fiondargli addosso,e i battiti del suo cuore gli indolenzivano ormai il petto,riempiendogli le orecchie con il suo respiro sincopato. Lo stato d'allarme era diventato insostenibile,e pian piano rallentò il respiro,e si guardò il corpo,sentendosi una strana sensazione addosso,simile al prurito che diventava sempre più insopportabile e simile al dolore:la pelle incominciò a lacerarsi,come se si stessero dilatando a dismisura i pori,spinti da sotto da qualcosa che premeva di uscire. Si intravedevano sotto gli scorci di pelle,piccoli esserini neri che si agitavano nel tentativo di uscire,alcuni mettendo prima fuori le zampette lunghe e sottili cercando con esse di svincolarsi e di allargare il buco agitandole furiosamente in aria,altri mettendo prima fuori il muso graffiando le pareti nel tentativo di spingere fuori ,oltre che la testa,anche tutto il corpo,e una volta riusciti nell'intento alcuni iniziarono a sgattaiolare lungo l'addome del ragazzo. Paco inghiottì una grossa quantità d'aria dallo spavento,ed in preda a una paura folle e cieca iniziò a schiacciare le bestie con le dita ,soffrendo per ogni suo movimento che gli procurava come conseguenza fischi acutissimi che gli perforavano le orecchie,i quali a loro volta scalfivano come un punteruolo la parte sana del cervello tra ansimi e tensioni insostenibili che si diradavano in tutto il corpo,rendendolo un fascio di nervi dolorante,e facendo tremare l'avambraccio .Si riempì il busto del suo respiro affannoso,ogni suo soffio incespante e ogni sua accellerazione cardiaca sembrava dovesse fargli esplodere un'arteria cerebrale che pulsava con forza o una bolla formatasi nella parte destra del cervello che cresceva sempre di più,attanagliandolo in una sofferenza insostenibile mentre gli scarafaggi gli straziavano le membra uscendo da lui sempre più numerosi girovagando tra le lenzuola;sentiva il corpo straziato,ormai aveva capito che avevano vinto loro,e voci umane ed incomprensibili giravano per la casa intromettendosi piano tra i fischi che lo tediavano prima sussurrando,poi parlando sempre più a voce alta fino ad urlare avvicinandosi sempre più fino ad appoggiarsi sul suo cuscino,fino ad entrargli nel cranio,inasprendo gli stridori nelle orecchie .La marea nera lo stava sommergendo lasciando di lui solo un ricordo di quel che era,e le pareti gli precipitarono addosso,inghiottendolo.

domenica 20 novembre 2011

Marco era il suo migliore amico,lo era da sempre,lo era da quando poteva ricordare. Era sempre lì con lei,era con lei in tutti i suoi giochi,appena lo chiamava egli accorreva da lei con un sorriso,e la sera si sdraiava di fianco a lei nel lettino aderendo contro la sua schiena riscaldandola con il suo calore ,ed aveva sempre una carezza per lei. Se lo ricordava di fianco a lei nelle passeggiate nel parco mentre chiacchieravano allegramente insieme,forse il suo primo ricordo in assoluto: Maria non si ricordava cosa si dicevano,ma poteva vedere ancora nitidamente quei momenti ,come un filmato senza audio impresso di una luce intensa che sfocava i contorni ,se si sforzava di scavare nella memoria poteva vedere ancora il suo profilo,il suo faccino lentigginoso e i suoi capelli castano chiari spettinati,e il suo nasino all'insù e il suo pallore che si stagliava contro il verde e il giallo dell'erba secca della collinetta del parco dove era solita trascorrere i tardi pomeriggi.
Se si concentrava su quel ricordo poteva afferrare dei rumori di quel passato,dei suoni delle loro voci infantili che riecheggiavano senza significato;si ricordava la faccia dei passanti,la faccia dei grandi lì vicino che li osservavano stupiti,come se fossero dei fantasmi,o con sguardo pietoso come se avessero una strana malattia addosso dal momento che per loro,credeva Maria,era inaccettabile che la gente si divertisse in quel modo così sfacciato,o forse perchè erano invidiosi della loro amicizia e dal fatto di essere esclusi dal loro piccolo mondo .Un ammasso di ricordi si dipanava nella mente nello scavare in profondità: gli veniva in mente la sua sua faccina triste e preoccupata,i suoi impacciati e teneri tentativi di consolarla dopo che gli altri bambini l'avevano derisa dandole della matta creando un cerchio immaginario con i loro indici vicino alle tempie e la sua vicinanza nei giochi all'asilo mentre gli altri bambini li escludevano. Si ricordava bene di lui,ma si ricordava soprattutto l'emozioni che le dava,la tenerezza della sua presenza e l'ascolto che le donava sempre,il suo comprendere ogni sua parola mentre gli adulti non capivano,la facevano parlare a vuoto e ripetere più volte facendola arrabbiare e,affranti,facevano finta dopo un po' di aver capito e ciò aumentava ancora di più la sua rabbia;lei si ricordava ancora la faccia delusa di sua madre mentre lei cercava di farsi capire e la noncuranza di suo padre mentre gli parlava, la sua rabbia sorda ,il suo buttare i suoi giocattoli all'aria facendo seguire la loro traiettoria dal suo gridolino infantile dopo aver capito che tutti i suoi sforzi erano inutili,il faccino sbalordito di Marco di fronte a tutto ciò. Allora non capiva proprio dove sbagliasse,le sembrava di essere presa in giro,e la sua rabbia verso tutti gli altri che non la capivano pian piano sfociò in delusione e rassegnazione e,col tempo,lei si chiuse sempre più in sé stessa creandosi un mondo a sé stante nel quale solo Marco poteva entrare,un mondo perfetto dove loro due potevano giocare insieme,dove quell'altro mondo crudele,quello degli adulti,non sarebbe mai potuto penetrare,difendendolo dagli altri da una barriera di mutismo,rotta dai sussurri tra le due anime gemelle che risuonavano come atti di ribellione e di disprezzo verso una realtà che non li voleva,di cui erano incapaci di farne parte.
Si ricordava ancora il dolore che provava quando captava in un sussurro dei suoi genitori,nelle loro occhiate complici e dei loro discorsi spezzati a causa di nomi e di appellativi impronunciabili di fronte a lei in una sospensione di comprensione che gli pareva biunivoca ,il loro insinuare costante che lei fosse diversa,strana,e il loro dolore nel vederla,nel viverla che si protraeva ogni giorno,come se per loro ella fosse un supplizio quotidiano a cui bisognava sorridere ed amare anche se gli ricordava ogni giorno una sfortuna immensa.
Era rinchiuso in un ricordo sfumato,confuso,ma lo poteva ancora ricavare dalla mente,quello studio di un bianco accecante che ricopriva tutte le cose,si ricordava le mani ricoperte da un camice che gli porgeva delle figure geometriche di legno da infilare nell'incavo giusto di una tavola quadrata verniciata di rosso .Marco era lì in un angolo dietro di loro inghiottito in una penombra sfuocata,era lì per sostenerla anche quella volta,era lì che scuoteva la testa per ricordargli le clausole della loro amicizia,per farle intendere quello che doveva fare. Sollevò a fatica l'ammasso di formine di qualche centimetro,accatastando gli oggetti colorati uno sull'altro e schiacciando l'ammasso in un punto stabile con le sue manine tremanti,e le lasciò ricadere sulla scrivania in maniera disordinata facendoli rimbalzare sulla sua superficie del tavolo fino a che non si sparsero sul pavimento;un'immagine sfocata del viso dei suoi genitori che diventava cupo e scuro e l'annuire soddisfatto di Marco che sanciva una loro vittoria:il loro spazio era salvo. I suoi genitori persero sempre di più le speranze ,e pian piano la loro rabbia e delusione lasciarono spazio a una pacata e grigia rassegnazione ,a un tedio che inghiottiva tutto e che allungava le distanze fra loro e lei riempiendo la quotidianità di gesti vuoti e da automa, ,e pian piano anche Maria e Marco smisero di lottare ed incominciarono ad ignorarli ,a vederli come dettagli di una vita proiettata del tutto in un mondo interiore ed a circondarsi anch'essa di apatia,fino a perdere i filtri con la realtà. Poteva ancora riportare alla luce il ricordo di quel giorno in cui quel sottile strato di stabilità nei rapporti con sua madre e suo padre si ruppe:era un pomeriggio buio e la sua cameretta era bagnata di una luce grigiognola che offuscava gli oggetti che la riempivano e Marco la chiamò a sé con una faccia scura,entrò dentro l'armadio ,si abbassò i pantaloncini e le mutande e fece pipì schizzando su tutti i vestiti. “devi farlo anche tu”le disse con tono serio e basso,fissandola con un'intensità che Maria non aveva mai visto nel suo sguardo,ed ella rifece il medesimo gesto,accucciandosi in uno spigolo. L'odore stantio di piscia divenne sempre più acre espandendosi ed impregnando tutta la stanza;scorgeva ancora nei meandri della sua memoria la sorpresa,l'incredulità,, la rabbia di sua madre ,lo schiaffone che le bruciava la faccia,suo padre che la tratteneva ,i suoi tentativi di calmarla perchè tanto lei era...che tanto non serviva a nulla,il loro sconforto,il suo scuotere la testolina in maniera convulsa da destra a sinistra alla loro domanda del perchè l'avesse fatto.Da quel giorno loro erano semplicemente degli estranei che non potevano accettare le regole dell'altro,erano due mondi distanti che non potevano incontrarsi e capirsi:ora Marco e Maria erano rimasti soli in una casa sommersa da un silenzio asettico,per entrambi c' era solo l'altro ,il resto e i restanti erano niente e nessuno. Erano salvi.
Un giorno Marco la prese per la piccola mano con un sorriso malizioso e mentre si faceva seguire verso la finestra della camera trasportando sotto di essa una sedia le promise una bellissima sorpresa;”chiudi gli occhi ,mi raccomando copriteli bene,ecco così,e aprili solo quando te lo dico io”Un piccolo rumore di passetti e di scricchiolii risuonò nel suo buio ,”ora puoi riaprirli”le disse il suo amico ,e quando la luce rientrò negli occhi di Maria lo vide volteggiare e librare nell'aria fuori dalla finestra ,ridendo per il suo nuovo gioco e per la vista del suo faccino sbalordito che si mangiava la visione magica con gli occhi e la bocca spalancati. Dopo essersi ripresa dalla sorpresa ,incitata dallo sguardo fisso di lui e dal su annuire,decise che doveva provare anche lei ed incominciò ad arrampicarsi sulla sedia incespando;lo guardò per un po' volare da vicino,affacciata sulla finestra ,sorretta dallo schienale”Dai,vieni anche tu,puoi farlo”.Cercò di toccarlo con le mani per gioco,ma lui si allontanava sempre di più dal lei ridendo mentre lei per raggiungerlo si era arrampicata sul davanzale:quando si ritrovò con le punte dei piedi che davano sul vuoto guardando il giardino d'asfalto sotto casa sua per un attimo sentì una stretta al cuore,ma poi guardò in alto il suo amico e non provò più paura,non doveva averne,doveva fidarsi di lui. Stava quasi per spiccare in volo,il suo corpo era un ammasso di tensione statica che aspettava un moto del suo cuore per gettarsi quando l'urlo di sua madre le entrò con violenza nella testa facendole strizzare gli occhi con forza e perdere il contatto con il reale , infrangendo quel momento ,sentendosi afferrare da sotto le ascelle e annaspando e scuotendosi sospesa in aria con tutto il corpo e scalciando per liberarsi dalla presa mentre veniva sempre di più allontanata da Marco. Sentì i piedi ritrovare il pavimento e subito dopo la pelle della faccia divenne gonfia e dolorante e le orecchie sembravano in fiamme mentre le urla di donna continuavano a frastornarla.”Perchè lo stavi facendo,perchè??”gli chiese sua madre tra i singhiozzi isterici,con la faccia paonazza torta in un ghigno di pianto .Maria,tremante,le indicò un punto fuori dalla finestra”se lui può, anch'io posso”cercò di dire nel suo linguaggio dislessico,e la madre dal su ripetere “ui” capì che si parlava di qualcuno”Lui chi?”Nell'insistere della bambina nell'indicare la finestra si affacciò e vide che non c'era nessuno,e a piccoli costosi passi capì la situazione e con il cuore affranto si chinò verso la bambina e le disse con voce ferma:”Maria,non c'è nessuno qui...”le strinse forte il braccio e le conficcò gli occhi nelle orbite:”mi hai capito??Non c'è nessuno,nessuno!”Maria dopo questa affermazione si sentì arrossire dalla rabbia e un urlo uscì dalla sua bocca;iniziò a chiamare con forza il suo amico mentre ormai divincolatasi dalla stretta materna correva verso la finestra,e fece appena in tempo a vedere il cielo sgombro della sua figura prima che sua madre la trascinasse via dalla stanza,via da lui;quel giorno pianse molto e fu obbligata a dormire con i suoi genitori,vedendo nella luce gialla e tenue della lampada da comodino che spargeva ombre lunghe e dense per tutta la camera da letto che si infiltravano negli angoli e nelle pieghe delle coperte,mentre loro dormivano pesantemente, i loro volti ricoprirsi di piaghe immonde e di bubboni infetti man mano che Maria prestava attenzione alla loro pelle ,le quali la facevano trattenere il respiro per tutta la notte dalla paura,accellerando ancora di più i battiti cardiaci ogni volta che lasciava andare il suo fiato facendo così un rumore tenue che nel suo immaginario infantile li avrebbe potuti svegliare,stando attenta a non toccarli,stringendosi a sé e cercando di occupare meno spazio possibile in una tensione muscolare che durava tutta la notte inframezzata,quando non ce la faceva più dalla paura,dall'invocazione disperata del suo amico, svegliandosi spesso con i sudori freddi. Si ricordava ancora le visite mediche successive in cui si sentiva persa ed indifesa senza l'appoggio del suo amico e in cui finiva sempre per piangere nella sua fragilità,sentendosi nuda da quando il suo universo si era infranto. Quando i suoi allentarono la guardia su di lei e la fecero ritornare a dormire nella sua stanza ogni tanto di notte chiamava flebilmente il suo nome,lo cercava di giorno negli armadi e tra i cespugli del parco giochi dell'asilo e dei giardinetti,ma da quel giorno lei non lo vide mai più:quel giorno aveva perso il suo migliore amico,aveva perso una parte di sé,aveva perso la metà di un mondo che era crollato su sé stesso,ma allo stesso tempo sentiva che un giorno sarebbe tornato da lei.

sabato 12 novembre 2011

Breve storia di un sogno

Una volta un ragazzo mi ha raccontato di un sogno che aveva fatto dopo un'esperienza di droga.Io l'ho ascoltato,e mi ha colpito molto sia lui sia il suo racconto,perchè mi ha fatto intuire che cosa si può provare con l'uso di alcune sostanze,e mi ha stupito il modo in cui raccontava quell'esperienza stranissima,con un fare divertito,spigliato.Quella storia mi è rimasta impressa,l'ho fatta mia e un anno fa,quando ho iniziato a scrivere qualcosa,è stata una delle prime cose che ho scritto.Ora vi propongo questo breve frammento,questo esperimento.



"Si abbandonò al sonno confuso dei drogati che assomiglia a uno strano incrocio tra lo svenimento e il dormiveglia;si addentrò sempre più dentro sé stesso mentre la parte conscia di sé soffriva e faceva a scatti sempre più frequenti capolino nel suo cervello annebbiato lottando per il controllo di sé,ma perse la partita e,chiudendo gli occhi,fu catapultato nei meandri della sua mente ,sentendosi inghiottire dal suo letto scuro come se qualcuno lo strascinasse verso il basso,perdendo la cognizione nella discesa lenta e nauseante del trascorrere del tempo in una sensazione di angoscia primordiale. Il buio prese forma grazie a tocchi di luce e colori che si aprivano in un disegno davanti a sé,come se dell'acqua fosse stata rovesciata su un piano,e all'improvviso si ritrovò in un sogno,dove ella si ritrovava in piedi in una stanza che richiamava vagamente quella dove si era accasciata poco prima ma con colori grigi e sfumati;un suo amico apparso alla sua vista in un angolo della stanza si avvicinava a lei con sguardo serio e cupo,gli occhi fissi su di lei,e ad uno sguardo più acuto,Marco vide che teneva qualcosa in braccio,avvolto in un lenzuolo bianco,un lembo di stoffa che incominciò a scuotersi imperioso sotto gli occhi attoniti delragazzo,una piccola vita che si agitava in cerca d'aria e di luce .Il viso del suo amico si aprì in un sorriso crudele che storceva la bocca in un ghigno obliquo,fissandolo con la testa chinata”Ehi,ciao...vuoi sapere che cosa ho qui?”chiese mentre lo accarezzava e lo sospingeva tra le sue braccia per tenerlo in equilibrio e contrastare il tremare del piccolo essere,Il suo amico,in uno spasmo di agitazione dell'essere,soffiò con la bocca socchiusa e lo fece dondolare vicino al viso con le braccia. Prese un lembo del tessuto e lo scostò lentamente mostrandole un ammasso di pelo che,tremando appena e scuotendosi,si voltò nel lenzuolo mostrando due occhioni tondi ,e Marco scorse subito il muso di un carlino.”Proprio un bel carlino”pensò mentre le si muovevano le labbra nel pronunciarlo. Il suo amico,tenendole sempre i suoi occhi addosso ,lo appoggiò per terra liberandolo dall'involucro di stoffa e il corpo del cane apparve nella sua forma orrida,un ammasso senz'ossa e senza struttura,un'ammasso di organi legati insieme dalla pelliccia in innesti di carne che si ripiegavano su sè stessi in una massa di peli mollicca e traballante. Si muoveva strisciando a forza di spasmi brevi e tremolando sul pavimento,ansimando e tirando fuori la lingua che leccava a ritmo sincopato le mattonelle”Se vuoi toccarlo fai pure,è buono”subentrò nell'aria la voce del suo amico con queste parole,rompendo il silenzio. Marco allungò il braccio chinandosi,e la testa dell'animale si voltò puntando gli occhi fin troppo umani verso l'alto,prima perplessa e poi accigliata,fissandola di lato con un barlume di sfida;man mano che il braccio della ragazza si avvicinava le rughe della fronte del carlino si corrucciavano sempre di più fichè le fauci non si schiusero in un ringhio di rabbia facendo uscire un abbaiare che imitava parole umane”Cazzo vuoi fare,cazzo vuoi?Non mi toccare capito?”disse con voce di cane,ringhiando sommessamente . L'essere vedendo la faccia basita e sentendo l'odore del suo terrore  incominciò ad abbaiare scuotendosi tutto ed allargò la voce in un ringhio  inframezzato da ululati:”Vattene stronzo!”;l'abbaio divenne infine un urlo crudele, acuto e trascinato:”stronzooooooo!!!!!!Vaffanculooooo cazzo vuoi fareee!!!”L'urlo canino gli riempì le orecchie,facendogli chiudere con forza gli occhi che si riempirono di nero e la testa incominciò a girare a vuoto fino a perdere cognizione della sua posizione ,e poi il nulla."