Marco era il suo migliore amico,lo era da sempre,lo era da quando poteva ricordare. Era sempre lì con lei,era con lei in tutti i suoi giochi,appena lo chiamava egli accorreva da lei con un sorriso,e la sera si sdraiava di fianco a lei nel lettino aderendo contro la sua schiena riscaldandola con il suo calore ,ed aveva sempre una carezza per lei. Se lo ricordava di fianco a lei nelle passeggiate nel parco mentre chiacchieravano allegramente insieme,forse il suo primo ricordo in assoluto: Maria non si ricordava cosa si dicevano,ma poteva vedere ancora nitidamente quei momenti ,come un filmato senza audio impresso di una luce intensa che sfocava i contorni ,se si sforzava di scavare nella memoria poteva vedere ancora il suo profilo,il suo faccino lentigginoso e i suoi capelli castano chiari spettinati,e il suo nasino all'insù e il suo pallore che si stagliava contro il verde e il giallo dell'erba secca della collinetta del parco dove era solita trascorrere i tardi pomeriggi.
Se si concentrava su quel ricordo poteva afferrare dei rumori di quel passato,dei suoni delle loro voci infantili che riecheggiavano senza significato;si ricordava la faccia dei passanti,la faccia dei grandi lì vicino che li osservavano stupiti,come se fossero dei fantasmi,o con sguardo pietoso come se avessero una strana malattia addosso dal momento che per loro,credeva Maria,era inaccettabile che la gente si divertisse in quel modo così sfacciato,o forse perchè erano invidiosi della loro amicizia e dal fatto di essere esclusi dal loro piccolo mondo .Un ammasso di ricordi si dipanava nella mente nello scavare in profondità: gli veniva in mente la sua sua faccina triste e preoccupata,i suoi impacciati e teneri tentativi di consolarla dopo che gli altri bambini l'avevano derisa dandole della matta creando un cerchio immaginario con i loro indici vicino alle tempie e la sua vicinanza nei giochi all'asilo mentre gli altri bambini li escludevano. Si ricordava bene di lui,ma si ricordava soprattutto l'emozioni che le dava,la tenerezza della sua presenza e l'ascolto che le donava sempre,il suo comprendere ogni sua parola mentre gli adulti non capivano,la facevano parlare a vuoto e ripetere più volte facendola arrabbiare e,affranti,facevano finta dopo un po' di aver capito e ciò aumentava ancora di più la sua rabbia;lei si ricordava ancora la faccia delusa di sua madre mentre lei cercava di farsi capire e la noncuranza di suo padre mentre gli parlava, la sua rabbia sorda ,il suo buttare i suoi giocattoli all'aria facendo seguire la loro traiettoria dal suo gridolino infantile dopo aver capito che tutti i suoi sforzi erano inutili,il faccino sbalordito di Marco di fronte a tutto ciò. Allora non capiva proprio dove sbagliasse,le sembrava di essere presa in giro,e la sua rabbia verso tutti gli altri che non la capivano pian piano sfociò in delusione e rassegnazione e,col tempo,lei si chiuse sempre più in sé stessa creandosi un mondo a sé stante nel quale solo Marco poteva entrare,un mondo perfetto dove loro due potevano giocare insieme,dove quell'altro mondo crudele,quello degli adulti,non sarebbe mai potuto penetrare,difendendolo dagli altri da una barriera di mutismo,rotta dai sussurri tra le due anime gemelle che risuonavano come atti di ribellione e di disprezzo verso una realtà che non li voleva,di cui erano incapaci di farne parte.
Si ricordava ancora il dolore che provava quando captava in un sussurro dei suoi genitori,nelle loro occhiate complici e dei loro discorsi spezzati a causa di nomi e di appellativi impronunciabili di fronte a lei in una sospensione di comprensione che gli pareva biunivoca ,il loro insinuare costante che lei fosse diversa,strana,e il loro dolore nel vederla,nel viverla che si protraeva ogni giorno,come se per loro ella fosse un supplizio quotidiano a cui bisognava sorridere ed amare anche se gli ricordava ogni giorno una sfortuna immensa.
Era rinchiuso in un ricordo sfumato,confuso,ma lo poteva ancora ricavare dalla mente,quello studio di un bianco accecante che ricopriva tutte le cose,si ricordava le mani ricoperte da un camice che gli porgeva delle figure geometriche di legno da infilare nell'incavo giusto di una tavola quadrata verniciata di rosso .Marco era lì in un angolo dietro di loro inghiottito in una penombra sfuocata,era lì per sostenerla anche quella volta,era lì che scuoteva la testa per ricordargli le clausole della loro amicizia,per farle intendere quello che doveva fare. Sollevò a fatica l'ammasso di formine di qualche centimetro,accatastando gli oggetti colorati uno sull'altro e schiacciando l'ammasso in un punto stabile con le sue manine tremanti,e le lasciò ricadere sulla scrivania in maniera disordinata facendoli rimbalzare sulla sua superficie del tavolo fino a che non si sparsero sul pavimento;un'immagine sfocata del viso dei suoi genitori che diventava cupo e scuro e l'annuire soddisfatto di Marco che sanciva una loro vittoria:il loro spazio era salvo. I suoi genitori persero sempre di più le speranze ,e pian piano la loro rabbia e delusione lasciarono spazio a una pacata e grigia rassegnazione ,a un tedio che inghiottiva tutto e che allungava le distanze fra loro e lei riempiendo la quotidianità di gesti vuoti e da automa, ,e pian piano anche Maria e Marco smisero di lottare ed incominciarono ad ignorarli ,a vederli come dettagli di una vita proiettata del tutto in un mondo interiore ed a circondarsi anch'essa di apatia,fino a perdere i filtri con la realtà. Poteva ancora riportare alla luce il ricordo di quel giorno in cui quel sottile strato di stabilità nei rapporti con sua madre e suo padre si ruppe:era un pomeriggio buio e la sua cameretta era bagnata di una luce grigiognola che offuscava gli oggetti che la riempivano e Marco la chiamò a sé con una faccia scura,entrò dentro l'armadio ,si abbassò i pantaloncini e le mutande e fece pipì schizzando su tutti i vestiti. “devi farlo anche tu”le disse con tono serio e basso,fissandola con un'intensità che Maria non aveva mai visto nel suo sguardo,ed ella rifece il medesimo gesto,accucciandosi in uno spigolo. L'odore stantio di piscia divenne sempre più acre espandendosi ed impregnando tutta la stanza;scorgeva ancora nei meandri della sua memoria la sorpresa,l'incredulità,, la rabbia di sua madre ,lo schiaffone che le bruciava la faccia,suo padre che la tratteneva ,i suoi tentativi di calmarla perchè tanto lei era...che tanto non serviva a nulla,il loro sconforto,il suo scuotere la testolina in maniera convulsa da destra a sinistra alla loro domanda del perchè l'avesse fatto.Da quel giorno loro erano semplicemente degli estranei che non potevano accettare le regole dell'altro,erano due mondi distanti che non potevano incontrarsi e capirsi:ora Marco e Maria erano rimasti soli in una casa sommersa da un silenzio asettico,per entrambi c' era solo l'altro ,il resto e i restanti erano niente e nessuno. Erano salvi.
Un giorno Marco la prese per la piccola mano con un sorriso malizioso e mentre si faceva seguire verso la finestra della camera trasportando sotto di essa una sedia le promise una bellissima sorpresa;”chiudi gli occhi ,mi raccomando copriteli bene,ecco così,e aprili solo quando te lo dico io”Un piccolo rumore di passetti e di scricchiolii risuonò nel suo buio ,”ora puoi riaprirli”le disse il suo amico ,e quando la luce rientrò negli occhi di Maria lo vide volteggiare e librare nell'aria fuori dalla finestra ,ridendo per il suo nuovo gioco e per la vista del suo faccino sbalordito che si mangiava la visione magica con gli occhi e la bocca spalancati. Dopo essersi ripresa dalla sorpresa ,incitata dallo sguardo fisso di lui e dal su annuire,decise che doveva provare anche lei ed incominciò ad arrampicarsi sulla sedia incespando;lo guardò per un po' volare da vicino,affacciata sulla finestra ,sorretta dallo schienale”Dai,vieni anche tu,puoi farlo”.Cercò di toccarlo con le mani per gioco,ma lui si allontanava sempre di più dal lei ridendo mentre lei per raggiungerlo si era arrampicata sul davanzale:quando si ritrovò con le punte dei piedi che davano sul vuoto guardando il giardino d'asfalto sotto casa sua per un attimo sentì una stretta al cuore,ma poi guardò in alto il suo amico e non provò più paura,non doveva averne,doveva fidarsi di lui. Stava quasi per spiccare in volo,il suo corpo era un ammasso di tensione statica che aspettava un moto del suo cuore per gettarsi quando l'urlo di sua madre le entrò con violenza nella testa facendole strizzare gli occhi con forza e perdere il contatto con il reale , infrangendo quel momento ,sentendosi afferrare da sotto le ascelle e annaspando e scuotendosi sospesa in aria con tutto il corpo e scalciando per liberarsi dalla presa mentre veniva sempre di più allontanata da Marco. Sentì i piedi ritrovare il pavimento e subito dopo la pelle della faccia divenne gonfia e dolorante e le orecchie sembravano in fiamme mentre le urla di donna continuavano a frastornarla.”Perchè lo stavi facendo,perchè??”gli chiese sua madre tra i singhiozzi isterici,con la faccia paonazza torta in un ghigno di pianto .Maria,tremante,le indicò un punto fuori dalla finestra”se lui può, anch'io posso”cercò di dire nel suo linguaggio dislessico,e la madre dal su ripetere “ui” capì che si parlava di qualcuno”Lui chi?”Nell'insistere della bambina nell'indicare la finestra si affacciò e vide che non c'era nessuno,e a piccoli costosi passi capì la situazione e con il cuore affranto si chinò verso la bambina e le disse con voce ferma:”Maria,non c'è nessuno qui...”le strinse forte il braccio e le conficcò gli occhi nelle orbite:”mi hai capito??Non c'è nessuno,nessuno!”Maria dopo questa affermazione si sentì arrossire dalla rabbia e un urlo uscì dalla sua bocca;iniziò a chiamare con forza il suo amico mentre ormai divincolatasi dalla stretta materna correva verso la finestra,e fece appena in tempo a vedere il cielo sgombro della sua figura prima che sua madre la trascinasse via dalla stanza,via da lui;quel giorno pianse molto e fu obbligata a dormire con i suoi genitori,vedendo nella luce gialla e tenue della lampada da comodino che spargeva ombre lunghe e dense per tutta la camera da letto che si infiltravano negli angoli e nelle pieghe delle coperte,mentre loro dormivano pesantemente, i loro volti ricoprirsi di piaghe immonde e di bubboni infetti man mano che Maria prestava attenzione alla loro pelle ,le quali la facevano trattenere il respiro per tutta la notte dalla paura,accellerando ancora di più i battiti cardiaci ogni volta che lasciava andare il suo fiato facendo così un rumore tenue che nel suo immaginario infantile li avrebbe potuti svegliare,stando attenta a non toccarli,stringendosi a sé e cercando di occupare meno spazio possibile in una tensione muscolare che durava tutta la notte inframezzata,quando non ce la faceva più dalla paura,dall'invocazione disperata del suo amico, svegliandosi spesso con i sudori freddi. Si ricordava ancora le visite mediche successive in cui si sentiva persa ed indifesa senza l'appoggio del suo amico e in cui finiva sempre per piangere nella sua fragilità,sentendosi nuda da quando il suo universo si era infranto. Quando i suoi allentarono la guardia su di lei e la fecero ritornare a dormire nella sua stanza ogni tanto di notte chiamava flebilmente il suo nome,lo cercava di giorno negli armadi e tra i cespugli del parco giochi dell'asilo e dei giardinetti,ma da quel giorno lei non lo vide mai più:quel giorno aveva perso il suo migliore amico,aveva perso una parte di sé,aveva perso la metà di un mondo che era crollato su sé stesso,ma allo stesso tempo sentiva che un giorno sarebbe tornato da lei.
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